Dall’aula Luzzatto si esce nel giardino, uno spazio rettangolare allungato fra il fronte verso terra del palazzo e un alto muro perimetrale. Esso veniva considerato uno spazio di scarsa qualità da Giovanni Querini che, in una...
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Dall’aula Luzzatto si esce nel giardino, uno spazio rettangolare allungato fra il fronte verso terra del palazzo e un alto muro perimetrale. Esso veniva considerato uno spazio di scarsa qualità da Giovanni Querini che, in una lettera del 1866, aveva espresso non poche perplessità riguardo l’acquisto di piante per l’abbellimento del giardino del palazzo. Un simile tentativo veniva considerato infatti uno spreco inutile di denaro e di energie, un vano tentativo di valorizzare una corte interna poco soleggiata ed angusta, priva di qualità e di scarso interesse. Un atteggiamento simile venne assunto anche dalla Fondazione, al punto che negli anni trenta non si escludeva la possibilità di edificare lo spazio della corte per ampliare i locali della biblioteca. Solo successivamente, sotto la direzione di Manlio Dazzi, la fondazione espresse la volontà di inserire il progetto di ristrutturazione del giardino, utilizzato allora come deposito, in un programma di restauro più ampio del piano terra del palazzo e della biblioteca al primo piano. L’intento era quello di trasformare la corte in uno spazio aperto che non richiedesse troppa manutenzione. Già dai primi disegni si intravede invece la volontà di Scarpa di far diventare il giardino uno dei momenti fondamentali del progetto di risistemazione dell’intero piano terra: la prima proposta è quella di far diventare il giardino una corte pavimentata labirintica con una fonte d’acqua al centro. Le annotazioni che accompagnano i disegni, rivolte a Manlio Dazzi, parlano del “tuo caro giardino”, e dimostrano una certa vena polemica da parte del maestro veneziano, riguardo alla scarsa fiducia di Dazzi nelle possibilità offerte dalla corte. Scarpa ha invece saputo sfruttare al massimo le potenzialità del piccolo spazio, creando un giardino di estrema raffinatezza. Ciò che appare una ostacolo diviene invece una immensa risorsa, uno spunto per la progettazione: per Scarpa ciascun vincolo diventa motivo di riflessione sulle scelte progettuali. La pavimentazione dell’esterno prosegue quella della sala, mentre il tappeto erboso è sopraelevato divenendo una forte presenza visiva anche all’interno della sala. Il prato è contenuto da un muretto in calcestruzzo al cui interno è scavato un canale d’acqua, che ha origine da una scultura in alabastro dalla forma labirintica. All’altra estremità di questo canale l’acqua oltrepassa un leoncino di pietra, imbocca uno scivolo di bronzo, scende in un gocciolatoio di pietra d’istria per poi scomparire sotto una vera da pozzo posta all’asciutto, che originariamente si trovava sull’altro lato del giardino. Sulla sinistra un muro in calcestruzzo separa il giardino dalla corte e dalla casa del custode. Sul muro è incastonato un mosaico disegnato da Mario De Luigi, costituito da tessere di vetro di Murano d’oro, nere e d’argento con un forte effetto di contrapposizione tra la matericità del calcestruzzo e la lucente e fragile consistenza del vetro. Alla base del muro, sul prato, Scarpa ha posto una vasca d’acqua e ne ha rivestito il fondo con tessere di vetro incastonate nel cemento a vista. Un’ipotesi progettuale, non realizzata, prevedeva di costruire una foresteria al di là del muro perimetrale del giardino, forandolo con affacci e brecce inaspettate.
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